Sweet Jane.

Eravamo lì sul muretto, a fumare e a vedere il tempo passare, attraverso le foglie che cadono, con i manifesti che si ingialliscono e dimenticando il volto dei vecchi che non portano più a spasso il loro cane.
Lasciare l’asfalto crepare d’estate e bagnarsi d’autunno.
Il muretto rosso, i tuoi capelli.

Adesso siamo noi piegati, crepati al sole, caduti dagli alberi. Senza più desideri, senza più forti emozioni. La vita, la morte e l’universo: 42.

Eravamo bellissimi.
Eravamo vivi.

Mi alzai dal muretto senza dire una parola, lanciando il mozzicone lontano, tra indice e medio.
Mi mescolai tra le persone che conosci e scomparii tra i mormorii, lasciandomi alle spalle un silenzio crepitatante, un grido spezzato sul nascere, un discorso mai fatto, quel vuoto così denso da non farti respirare.

Venne la notte e l’inverno. Lasciammo congelare gli intenti, dimenticammo le parole e forse ci dimenticammo anche di noi.

Eravamo partiti per cambiare il mondo e abbiamo cambiato solo noi stessi.

Il muretto non c’è più. Tu non ci sei più.
Forse partita per mondi lontani, forse sepolta con i tuoi cani.
Senza più sigarette nè fumo negli occhi, disincantata.

Veloce come il lampo, vorace come il tempo, scappa finchè sei in tempo.
Non guardare mai l’orologio, non ti dirà niente di nuovo.
Non guardare oltre l’orizzonte, è solo uno sfondo dipinto.

Non pensarmi. Non odiarmi.

Non guardare indietro, c’è solo un vecchio che piange.

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Flat Line.

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WestBanhof.

Me ne andai. Annusavo l’aria con rinnovato stupore. Il fumo di sigaretta, assorbito dalle pareti, quel puzzo di chiuso. Le pareti sembravano essere ancora più gialle, ancora più vecchie e logore, con le macchie di umido e l’intonaco scrostato. Presi le mie poche cose e le misi in una ventiquattrore, sbattendo le porte mentre percorrevo il lungo corridoio, rovesciando i vasi con i fiori appassiti e lasciandomi una scia di lacrime alle spalle. Fuggivo dalla luce dell’alba che lentamente saliva dalle finestre. Lasciai il portone aperto e immersi i piedi nudi sul prato.  Lo squallore di quella enorme casa cadente comparve all’improvviso di fronte ai miei occhi umidi. Alcova dei desideri impuri, dei fallimenti con ricevuta di ritorno.

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Considerazioni Dell’Ultim’ora.

Uscito dalla metro mi sono voltato indietro, verso i bastioni, il cielo grigio balenava a sprazzi di luce tiepida, il tutto avvolto in un sottile strato di smog. Mi sentivo così distante, così etereo, per nulla appartenente a quel posto o a quell’epoca, con le automobili che sfrecciavano sull’asfalto nero e le luminarie di natale ancora appese tra i lampioni.

La casa, si vedeva già da fuori, era vecchia, morente, ma con quella solidità degna di un fossile. Incartapecorita nel suo intonaco verde scrostato, era lì, isolata in mezzo a un cortile interno. Cinque piani di colonne e rifiniture barocche.

L’androne è buio, la celletta del portiere vuota. Il pavimento a scacchi grandi ci scorta fino alla rampa di scale in marmo consumato. L’odore è quello di una vecchia casa rimasta chiusa per troppo tempo. Un misto di polvere, muffa e lucido per parquet.

Il mio accompagnatore è venuto di buon’ora a prendermi a casa, distinto, nella sua divisa grigia da facchino e quel cappello che mi ricorda un fez. Ci siamo incamminati insieme per queste strade sconosciute e adesso è un gradino davanti a me con in mano il grosso pacco avvolto in carta rossa, cinto ai quattro lati da un nastro verde che esplode in cima con un enorme fiocco.

Ci apre il maggiordomo, alto, smunto e serio, ma con un cappellino a cilindro tutto colorato in testa. Ci prende le giacche e ci precede in un lungo corridoio. Ancora peggio di quanto mi aspettassi. Le pareti spoglie, con macchie di muro più chiare, fantasmi di quadri strappati via da poco. Neanche un mobile in vista. Puzza di naftalina. Il pavimento è così pieno di polvere che camminando lasciamo le nostre impronte. Alzando lo sguardo al soffitto noto l’intonaco scrostato dall’umidità.
Avanzando lanciavo lo sguardo su qualche porta aperta: tutti i mobili erano ricoperti da lenzuoli ingialliti e le tapparelle delle finestre abbassate.

Non entravo lì da troppo tempo. Scacciai i ricordi e proseguii seguendo il maggiordomo.

Finalmente la porta in fondo al corridoio.

La stanza affollata. Facce tristi. Facce serie. Ma tutti con quel dannato cappellino a cono, qualcuno anche con una trombetta afflosciata tra le labbra. La finestra spalancata faceva entrare il pallore di un tramonto troppo debole. L’aria era comunque viziata. Vedevo troppi golfini e camicie abbottonate. Troppe rughe su quei volti. Due libri sulla libreria in fondo alla stanza: Bouvard e Pécuchet e una vecchia copia del libro di Bokonon.

In mezzo alla stanza, sprofondato nel letto c’era lui. Un respiratore artificiale collegato al naso e alla bocca attraverso un ingombrante tubo di gomma bianca. Un paio di flebo collegate alle sue braccia circondavano il letto e l’unico rumore presente era quello dell’elettrocardiogramma.

Quando mi videro entrare tutti gli invitati si alzarono e iniziarono ad applaudire. Il più vicino alla porta prese il mio regalo e lo ammonticchiò su un tavolo. Lui rimase immobile, ma gli altri mi spinsero ai piedi del letto.

Cosa potevo dire?
Cosa poteva dire lui? Con un tubo giù per la gola e uno su per il culo?

Cosa potevo fare?
Cosa poteva fare lui, infilzato in quel letto di morte apparente.

Tutti mi guardavano e aspettavano, adesso quasi entusiasti. Aspettavano una mia parola, un mio gesto.

Ma io rimasi immobile. Guardavo il suo volto. Guardavo il grafico dell’ECG. Guardavo quella pompa che gli dava ossigeno. Guardai la finestra, la sera scendeva lenta, impantanata nell’aria satura di gas.

Fu un attimo. Staccai la spina.

E anche quella bolla di realtà esplodeva con uno schiocco più lieve del battito di una farfalla.

 

“If I were a younger man, I would write a history of human stupidity; and I would climb to the top of Mount McCabe and lie down on my back with my history for a pillow; and I would take from the ground some of the blue-white poison that makes statues of men; and I would make a statue of myself, lying on my back, grinning horribly, and thumbing my nose at You Know Who.
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Un Autore In Cerca Di Pietà.

– E’ ancora lì?

– Zitto! Lo distrai, sta pensando…

– Ma che distrarre? Io lo ammazzo! Lo ammazzo ti dico!

– Buono Stefano, buono, ancora non ha scritto niente…

La stanza era buia, solo la luce della candela fiocamente brillava sul tavolo. Il foglio di carta steso sul legno. Bianco. Il calamaio di intravede nel chiaroscuro, come il suo profilo pensoso. – Vacci a parlare, ti prego….
Le mani senza fretta coprono gli occhi in disperazione muta. Osservato dall’ombra, pensava. Cercava di trovare un modo, una scorciatoia, ma la penna, coricata su un fianco in trepitante attesa, chiedeva il suo sangue. Continua a leggere

Fiori di Fuoco e Cous Cous Allucinogeno.

Era estasi mistica. Allucinata trascendenza.

Il cous cous germogliava fiori di fuoco, caduto nel pavimento di marmo della stanza.

E non ci si ricorda più di come si era, dei sogni e delle città.

C’è chi sognava Roma e chi alla fine si è persa nelle marche.

Ancora una volta ritroviamo i fantasmi di un amore non consumato fissarci da una crepa nel muro o l’angolo di una stanza. Ancora una volta ci stiamo masturbando con una gloria spezzata, le ginocchia doloranti e i polsi rotti.

Andiamo avanti a occhi chiusi e speriamo di scacciarli ancora.

“Quel maledetto venerdì ti trovai morta in un letto di ospedale. Aids, quello che non hai mai avuto. E mentre il sole tiepido ti illuminava io volevo piangere. Ma non ci riuscivo.”

E camminando per Edimburgo o Tampere ci guarderemo dritti negli occhi senza più riconoscerci, sarà quella la vera fine.

Dopodichè l’LSD sarà lecito, grandi dosi per poveri sognatori stanchi. Grandi voli sui cieli di luce della città.

 

Ancora una volta mi ritrovo ad avere torto.

Stanza N°21

Eravamo in quattro.

C’era Leila, era lesbica e non ce ne fregava niente. Noi eravamo troppo piccoli per capire, lei, evidentemente, aveva già capito tutto quello che le sarebbe servito per i suoi prossimi dieci anni.

C’era Carlo, lo chiamavamo Islanda, non perchè fosse biondo o parlasse una lingua inutile; aveva la faccia piena di piccoli vulcani che ogni tanto eruttavano pus e spesso finivano per diventare crateri indelebili sulla sua pelle.

Peppe era il più tranquillo. Polically correct, un perfetto gentiluomo inglese; non si sbilanciama mai e ogni volta che apriva bocca, le prime parole a uscire erano “secondo me”, il che lo metteva sempre in posizione di avere sempre relativamente ragione.

Ed io. Non avevo niente di particolare, avevo solo la fantasia, ma a quell’età non era niente di speciale. Nessuno mi ha ai detto quanto mi sarebbe costata da “grande”. Continua a leggere