Archivi categoria: Racconti.

Marta si è sposata.

La pioggia sarebbe stata una cornice migliore. Il tramonto di un’altro giorno d’estate, un bagliore arancione, un lampo di rosso e dopo solo il grigio di un nero che avanza. Era tornato a casa con la busta della spesa in braccio, come un bambino, le chiavi ancora incastrate nella serratura e le sottilette che minacciavano di cadere al primo movimento brusco, in bilico sul pane e la carne. Fuori dalla finestra le antenne del palazzo di fronte, brillanti delle ultime luci del sole nascosto. Alla televisione la condanna di Berlusconi, il presidente del collegio in piedi a sciorinare la sentenza. Una serie di parole che qualche anno prima avrebbero chiuso un capitolo della sua vita. Ma non riusciva a non pensare a lei, sul seggiolino del sedile anteriore, con la piccola mano sul finestrino alzato mentre la macchina lentamente lasciava il vialetto. Impassibile di fronte allo schermo non poteva fare a meno di pensare che i capitoli della vita non esistono e che, tutto sommato, lui era ancora solo. I piselli si sarebbero scongelati e Marta non sarebbe tornata.

Bergamotto.

Quando la trovarono, gonfia e verde, arenata tra i canneti della fiumara non ci fu stupore nè, tantomeno, alcun segno di tristezza nei loro volti. Agata, si sapeva, era una ragazza disturbata, vagava sola per il paese e nessuno voleva mai parlarle.
I bambini la prendevano in giro, ma le madri, vestite di nero in perenne lutto, li sgridavano sempre, non è di buon gusto prendersi gioco dei meno fortunati. Uno schiaffone, recupera il pallone, e a testa alta, come in un cenno di sfida a qualunque occhiata torva del vicinato, si tornava a casa. Nessuno parlava di lei e i più curiosi venivano sempre azzittiti dai genitori, perchè solo i giovani non erano abbastanza furbi da sapere che la curiosità non è altro che un difetto, con un ordine perentorio di rifarsi la stanza, lavare i piatti, o qualunque altra cosa, seppure inutile, ci fosse da fare.

Faceva caldo e le vespe le ronzavano tra i capelli e le dita, attratte da un profumo acidulo, ma fresco, di bergamotto. Le vene blu sembravano fiumiciattoli che attraversano una palude verde marcio, in decomposizione, e la pelle era così tesa che i carabinieri avevano paura che nel trasporto potesse esplodere da un momento all’altro, insozzando le loro divise pulite e ordinate di qualche liquido sconosciuto e per questo indelebile e quasi corrosivo nei loro pensieri.

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Considerazioni Dell’Ultim’ora.

Uscito dalla metro mi sono voltato indietro, verso i bastioni, il cielo grigio balenava a sprazzi di luce tiepida, il tutto avvolto in un sottile strato di smog. Mi sentivo così distante, così etereo, per nulla appartenente a quel posto o a quell’epoca, con le automobili che sfrecciavano sull’asfalto nero e le luminarie di natale ancora appese tra i lampioni.

La casa, si vedeva già da fuori, era vecchia, morente, ma con quella solidità degna di un fossile. Incartapecorita nel suo intonaco verde scrostato, era lì, isolata in mezzo a un cortile interno. Cinque piani di colonne e rifiniture barocche.

L’androne è buio, la celletta del portiere vuota. Il pavimento a scacchi grandi ci scorta fino alla rampa di scale in marmo consumato. L’odore è quello di una vecchia casa rimasta chiusa per troppo tempo. Un misto di polvere, muffa e lucido per parquet.

Il mio accompagnatore è venuto di buon’ora a prendermi a casa, distinto, nella sua divisa grigia da facchino e quel cappello che mi ricorda un fez. Ci siamo incamminati insieme per queste strade sconosciute e adesso è un gradino davanti a me con in mano il grosso pacco avvolto in carta rossa, cinto ai quattro lati da un nastro verde che esplode in cima con un enorme fiocco.

Ci apre il maggiordomo, alto, smunto e serio, ma con un cappellino a cilindro tutto colorato in testa. Ci prende le giacche e ci precede in un lungo corridoio. Ancora peggio di quanto mi aspettassi. Le pareti spoglie, con macchie di muro più chiare, fantasmi di quadri strappati via da poco. Neanche un mobile in vista. Puzza di naftalina. Il pavimento è così pieno di polvere che camminando lasciamo le nostre impronte. Alzando lo sguardo al soffitto noto l’intonaco scrostato dall’umidità.
Avanzando lanciavo lo sguardo su qualche porta aperta: tutti i mobili erano ricoperti da lenzuoli ingialliti e le tapparelle delle finestre abbassate.

Non entravo lì da troppo tempo. Scacciai i ricordi e proseguii seguendo il maggiordomo.

Finalmente la porta in fondo al corridoio.

La stanza affollata. Facce tristi. Facce serie. Ma tutti con quel dannato cappellino a cono, qualcuno anche con una trombetta afflosciata tra le labbra. La finestra spalancata faceva entrare il pallore di un tramonto troppo debole. L’aria era comunque viziata. Vedevo troppi golfini e camicie abbottonate. Troppe rughe su quei volti. Due libri sulla libreria in fondo alla stanza: Bouvard e Pécuchet e una vecchia copia del libro di Bokonon.

In mezzo alla stanza, sprofondato nel letto c’era lui. Un respiratore artificiale collegato al naso e alla bocca attraverso un ingombrante tubo di gomma bianca. Un paio di flebo collegate alle sue braccia circondavano il letto e l’unico rumore presente era quello dell’elettrocardiogramma.

Quando mi videro entrare tutti gli invitati si alzarono e iniziarono ad applaudire. Il più vicino alla porta prese il mio regalo e lo ammonticchiò su un tavolo. Lui rimase immobile, ma gli altri mi spinsero ai piedi del letto.

Cosa potevo dire?
Cosa poteva dire lui? Con un tubo giù per la gola e uno su per il culo?

Cosa potevo fare?
Cosa poteva fare lui, infilzato in quel letto di morte apparente.

Tutti mi guardavano e aspettavano, adesso quasi entusiasti. Aspettavano una mia parola, un mio gesto.

Ma io rimasi immobile. Guardavo il suo volto. Guardavo il grafico dell’ECG. Guardavo quella pompa che gli dava ossigeno. Guardai la finestra, la sera scendeva lenta, impantanata nell’aria satura di gas.

Fu un attimo. Staccai la spina.

E anche quella bolla di realtà esplodeva con uno schiocco più lieve del battito di una farfalla.

 

“If I were a younger man, I would write a history of human stupidity; and I would climb to the top of Mount McCabe and lie down on my back with my history for a pillow; and I would take from the ground some of the blue-white poison that makes statues of men; and I would make a statue of myself, lying on my back, grinning horribly, and thumbing my nose at You Know Who.
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Un Autore In Cerca Di Pietà.

– E’ ancora lì?

– Zitto! Lo distrai, sta pensando…

– Ma che distrarre? Io lo ammazzo! Lo ammazzo ti dico!

– Buono Stefano, buono, ancora non ha scritto niente…

La stanza era buia, solo la luce della candela fiocamente brillava sul tavolo. Il foglio di carta steso sul legno. Bianco. Il calamaio di intravede nel chiaroscuro, come il suo profilo pensoso. – Vacci a parlare, ti prego….
Le mani senza fretta coprono gli occhi in disperazione muta. Osservato dall’ombra, pensava. Cercava di trovare un modo, una scorciatoia, ma la penna, coricata su un fianco in trepitante attesa, chiedeva il suo sangue. Continua a leggere

Stanza N°21

Eravamo in quattro.

C’era Leila, era lesbica e non ce ne fregava niente. Noi eravamo troppo piccoli per capire, lei, evidentemente, aveva già capito tutto quello che le sarebbe servito per i suoi prossimi dieci anni.

C’era Carlo, lo chiamavamo Islanda, non perchè fosse biondo o parlasse una lingua inutile; aveva la faccia piena di piccoli vulcani che ogni tanto eruttavano pus e spesso finivano per diventare crateri indelebili sulla sua pelle.

Peppe era il più tranquillo. Polically correct, un perfetto gentiluomo inglese; non si sbilanciama mai e ogni volta che apriva bocca, le prime parole a uscire erano “secondo me”, il che lo metteva sempre in posizione di avere sempre relativamente ragione.

Ed io. Non avevo niente di particolare, avevo solo la fantasia, ma a quell’età non era niente di speciale. Nessuno mi ha ai detto quanto mi sarebbe costata da “grande”. Continua a leggere

Referto B/95

Cara Alessandra,

quando me ne accorsi, fuori dalla mia finestra il vento soffiava forte. Novembre aveva spazzato via tutto quello che l’estate ci aveva lasciato. Il vento aveva violentato le carcasse dei momenti caldi e rassicuranti, dei momenti spensierati all’ombra in un afoso pomeriggio. Gli alberi si piegavano, nudi, sotto le vergate della furia divina. Dio, o chi per lui, si stava vendicando su di noi. Io più di tutti gli altri lo capivo. Capivo la sua rabbia. Seduto alla mia scrivania potevo vederlo, ballare un tango impetuoso tra le foglie secche e i giornali abbandonati. Ballava con tutti e con nessuno, ma il suo sguardo era sempre fisso su di me. Seduto alla mia scrivania potevo sentirlo bussare alla mia porta. Potevo percepire le vibrazioni dei suoi passi pesanti. Lo stretto di Messina, incorniciato dalle tende sbiadite del mio studio. Il mare increspato tormentava l’ultimo traghetto della giornata. Continua a leggere

Cominciamo a scavare.

Ecco il terzo incipit del favoloso concorso Blusubianco, ed è una porcata. Non capisco perchè continuo a farmi prendere per il culo.

Titolo: Un dolce ritorno. (scelto da loro)

Sottotitolo: Vendetta. (scento da me) Continua a leggere