Bergamotto.

Quando la trovarono, gonfia e verde, arenata tra i canneti della fiumara non ci fu stupore nè, tantomeno, alcun segno di tristezza nei loro volti. Agata, si sapeva, era una ragazza disturbata, vagava sola per il paese e nessuno voleva mai parlarle.
I bambini la prendevano in giro, ma le madri, vestite di nero in perenne lutto, li sgridavano sempre, non è di buon gusto prendersi gioco dei meno fortunati. Uno schiaffone, recupera il pallone, e a testa alta, come in un cenno di sfida a qualunque occhiata torva del vicinato, si tornava a casa. Nessuno parlava di lei e i più curiosi venivano sempre azzittiti dai genitori, perchè solo i giovani non erano abbastanza furbi da sapere che la curiosità non è altro che un difetto, con un ordine perentorio di rifarsi la stanza, lavare i piatti, o qualunque altra cosa, seppure inutile, ci fosse da fare.

Faceva caldo e le vespe le ronzavano tra i capelli e le dita, attratte da un profumo acidulo, ma fresco, di bergamotto. Le vene blu sembravano fiumiciattoli che attraversano una palude verde marcio, in decomposizione, e la pelle era così tesa che i carabinieri avevano paura che nel trasporto potesse esplodere da un momento all’altro, insozzando le loro divise pulite e ordinate di qualche liquido sconosciuto e per questo indelebile e quasi corrosivo nei loro pensieri.


Lui invece era vivo e in vacanza, giusto a due ore di treno dal suo appartamento condominiale e dal lavoro di bibliotecario. Arrivato giusto in tempo per notare l’insolito via vai di macchine nere e rosse in direzione del letto della fiumara, proprio accanto alla stazione. La mattina presto, dal mare arriva una piacevole brezza ed è il momento migliore per sistemare le valigie nella vecchia casa di famiglia, senza l’assillo del caldo d’agosto. Il tassista non era autorizzato, ma chi poteva dirgli qualcosa, con quell’afa che soffocava pure i pensieri? Lo avvicinò alla stazione come uno spacciatore chiedendogli un minimo per la benzina e il servizio. Lui, ritrovandosi solo sulla banchina di quella stazione senza neanche la biglietteria, dimenticata in mezzo alla malerba secca e ispida, guardò le due valigie dall’aria pesante, il sole che cominciava a salire nel cielo e accettò.

La casa era in fondo a una stradina privata, un piccolo cancello che dava su un cortiletto in ghiaia su cui si affacciavano per due lati le case, una di due piani e l’altra di uno, e per gli altri due un muro di alberi delimitava l’ingresso al giardino. Pagato il tassista portò le valigie all’interno del cortile e rimase un attimo ad assaporare il ricordo delle estati passate lì. Si adagiò sul dondolo che cigolò stanco e acciaccato dalla ruggine. Gli insetti erano già a lavoro dall’alba e quella cantilena mista tra il canto dei grilli, il ronzio delle vespe e il fruscio delle foglie quasi lo fece addormentare. Ritornò a quando beveva il latte con una cannuccia fatta con le canne, quel sapore zuccherato, quella sensazione di frescura giù per la gola. L’ozio nell’ombra del frutteto. Correre a piedi nudi tra il fango dell’irrigatore. E ancora un attimo di pace prima di correre per tutto il paese in costume, pronto a gettarsi in mare sudato e accaldato.

Mancava la luce, il contatore, non più a norma da almeno dieci anni, era stato staccato. L’acqua del rubinetto era solo un filo lucente sotto la luce della persiana, la pompa del serbatoio sarà stata rotta o qualche topo avrà fatto il nido al suo interno. Almeno il resto della casa sembrava in ordine, un pesante strato di polvere, certo, ma nessuna intrusione, nessun vetro rotto o porta scassinata. Tutto era stato congelato l’ultima volta che quella porta è stata chiusa. Immobile, senza tempo, tutto è rimasto come una volta. Gli orribili soprammobili in ceramica bianca e blu, i disegni dei bambini incorniciati alle pareti, una piccola catasta di legno per il camino e centrini di pizzo a ricoprire ogni superficie piana della casa. La cucina in perfetto ordine, i bicchieri nell’armadietto, i piatti nella rastrelliera sopra il lavandino, le posate separate minuziosamente nel cassetto. La televisione accanto al letto sembrava uno scatolone da imballaggio: marrone, ingombrante, circondata da un’alone di malinconia. Il lettone così morbido, due cuscini a lato, e lì si lasciò andare. La porta aperta sul cortile, le finestre spalancate con le serrande aperte quel tanto da far circolare l’aria, i vestiti ancora indosso e il russare che si confondeva coi rumori del giardino.

La portarono in ambulanza fino all’ospedale, senza fretta, tanto che si poteva fare? Ormai sdraiata su quel lettino freddo, coperta da un velo bianco, non poteva neanche più lamentarsi. Qualche foto al luogo del ritrovamento, i click svogliati della canon a rullino, qualche commento sottovoce. Si stava già pensando al pranzo, pasta al sugo con polpette probabilmente, un bicchiere di vino e una fetta d’anguria ghiacciata, ecco come dimenticare la vista di un cadavere gonfio di solitudine, ecco come seppellire il senso di colpa: con la canottiera sporca di sugo e il primo bottone dei pantaloni aperto.

Aveva dormito tre ore prima di essere svegliato dal profumo inconfondibile della pasta al sugo di calamari. Confuso e ancora intontito dal sonno si sedette sul letto, sentendo rumore di stoviglie e di acqua che bolle. Sulla soglia della porta una vecchia donna vestita di nero gli sorrideva debolmente, i capelli grigi erano raccolti in una cipolla dietro la nuca e le rughe del volto quasi le facevano scomparire gli occhi tra le loro profonde pieghe. Tutta accartocciata in una posa ingobbita questa indicò il comodino di fianco a lui e con sorprendente agilità torno in cucina in un guizzo.
Un foglio di carta attendeva la mano lenta di lui. Era ruvida, grezza, ma emanava un leggero profumo che in qualche modo lo rassicurava e gli ricordava qualcosa di confuso e sfocato.

“Caro Stefano, 
forse non ti ricorderai di me, ma io conoscevo bene tua nonna e quando eri bambino facevamo delle lunghe chiacchierate sulla strada per l’uliveto. Ti ho mandato la mia perpetua a cucinarti il pranzo, spero non ti dispiaccia. Alfredo, il tassista, o almeno a lui piace pensare di esserlo, mi ha detto di questo straniero e ho immaginato fossi tu dall’indirizzo in cui ti ha portato. Spero che la questione della proprietà non ti impedisca di goderti il soggiorno qui e vorrei invitarti a passare da me questo pomeriggio. Dopo tanti anni spero tu ricorda la strada.
Don Paolo”

La perpetua tornò nella stanza gesticolando: era pronto in tavola e Stefano non ricordava assolutamente nessun Don Paolo….

[Continua]

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