Stanza N°21

Eravamo in quattro.

C’era Leila, era lesbica e non ce ne fregava niente. Noi eravamo troppo piccoli per capire, lei, evidentemente, aveva già capito tutto quello che le sarebbe servito per i suoi prossimi dieci anni.

C’era Carlo, lo chiamavamo Islanda, non perchè fosse biondo o parlasse una lingua inutile; aveva la faccia piena di piccoli vulcani che ogni tanto eruttavano pus e spesso finivano per diventare crateri indelebili sulla sua pelle.

Peppe era il più tranquillo. Polically correct, un perfetto gentiluomo inglese; non si sbilanciama mai e ogni volta che apriva bocca, le prime parole a uscire erano “secondo me”, il che lo metteva sempre in posizione di avere sempre relativamente ragione.

Ed io. Non avevo niente di particolare, avevo solo la fantasia, ma a quell’età non era niente di speciale. Nessuno mi ha ai detto quanto mi sarebbe costata da “grande”.

Eravamo gli amici del cortile, quelli con cui giochi a pallone e inizi a fare le prime cazzate. Molto in tema con i film anni ottanta che vedevamo in continuazione.

Scuole diverse, ma non importava.

Vecchie vergogne, ma non importava.

Mai un calcio a un pallone, ma non importava.

Si stava seduti sul muretto a prendere lucertole e raccogliere quadrifogli. Ero io quello che li trovava, nell’aiuola davanti alla pizzeria, e ovviamente iniziava subito l’eccitazione di una nuova avventura dell’ordine dei cavalieri del quadrifoglio, forse eravamo troppo grandi per quello, ma non importava.

Comunque si è cresciuti e ci siamo dimenticati, a poco a poco e con vergogna, i quadrifogli e gli aquiloni. I nostri giochi diventarono i bicchieri vuoti e le sigarette.

Leila aveva già capito.

Peppe a suo modo capì che cambiare avrebbe solo peggiorato le cose.

Io continuai a sognare, questa volta non dietro le lucertole, ma bandiere vacue.

Carlo non fu più chiamato Islanda, non venne più chiamato e basta. Fu il primo ad allontanarsi. Si trasferì con la famiglia, andò non mi ricordo più neanche dove e dopo i primi tre mesi non ci sentimmo più.

Alla fine però siamo partiti tutti, chi è andato al nord, chi è rimasto al sud. Ma tutti ci incamminavamo per strade diverse. Tutti con la bocca piena di “ci sentiamo”, “mi raccomando, scrivi”,”tanto ci vediamo a natale”. E andò bene per il primo anno. Internet ci diede l’illusione di stare vicini, invece ci dava solo alibi. Dopo due anni i vecchi noi morirono, lentamente, di un lento cancro a lume di computer. Una fiammella azzurra che con i backup fallitti, con i cellulari rotti, con le vacanze sempre più brevi, con la memoria straripante, pian piano svanisce nell’oscurità dell’oblio.

L’ultimo messaggio di Leila è stato qualche anno fa, dopo il suo matrimonio, erano passati i dieci anni e si era trovata a non sapere più niente, ionon potei andare, dovevo preparare un esame:

“Una volta guardavo la Mondaini e ridevo di gusto perchè pensavo che fosse tutta satira, ma non avrei mai immaginato che di lì a dieci anni, con vent’anni meno di lei, mi sarei ridotta in quel modo.”

Ieri sono passato in quel cortile dove giocavamo. Avevo un meeting con il consiglio di amministrazione della mia azienda. Passai di fronte alla pizzeria e quindi all’aiuola dei quadrifogli. Guardai per un attimo l’orologio, ero in anticipo, così mi avvicinai. Nell’aiuola non era rimasto più niente, neanche un filo d’erba, nel fango putrido galleggiavano dei pezzi di vetro: qualcuno doveva aver rotto una bottiglia lì dentro.

Mi rialzai, mi pulii le ginocchia e proseguii verso il meeting.

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Una risposta a “Stanza N°21

  1. Sei uno stronzo. Fino all’ultimo speravo in una soluzione alla storia.

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