Cominciamo a scavare.

Ecco il terzo incipit del favoloso concorso Blusubianco, ed è una porcata. Non capisco perchè continuo a farmi prendere per il culo.

Titolo: Un dolce ritorno. (scelto da loro)

Sottotitolo: Vendetta. (scento da me)

“Assaggia.”
Il cuore gli batte forte e non sa cosa farsene delle sue braccia, così le tiene incrociate sul tavolo.
Lei gli passa il cucchiaino: sta aspettando. Ci sono tante cose da dire, adesso.
Prima di entrare in casa gli sembrava che si sarebbero esaurite tutte nello spazio che separa l’ingresso dalla cucina. Invece sono stati zitti.
Infila il cucchiaino nella parte bianca della farcitura. Suo padre avrebbe fatto lo stesso.
Il sapore del metallo è la prima cosa che sente, poi c’è solo il dolce che si scioglie sulla lingua
e gli sveglia una parte del cervello che credeva addormentata.
“Lo so perché sei venuto” dice lei nello stesso momento in cui lui si toglie il cucchiaino dalla bocca e chiede: “Cos’è?”

Lei è sempre così bella. Lui rimane col cucchiaino in mano, immobile, tremando impercettibilmente. “Crema di yogurt…” risponde “l’ho fatta io, ho aggiunto del miele prima di servirla…” I due rimangono in silenzio assaporando quel momento. La stanza perde di definizione, i suoi occhi quasi lacrimano per il piacere. Sul tavolo di cristallo quella vaschetta con la crema bianca che lentamente si consuma, cucchiaiata dopo cucchiaiata, quella vaschetta che sembra brutto svuotare. “Basta…” lei sfiora la mano di lui impedendogli di prendere un altro assaggio.

I suoi capelli erano fluenti, un’onda scura di un mare in tempesta che sbatte furiosa contro le spalle scoperte da un vestito estivo bianco. I suoi occhi gemme preziose, luccicanti di un’attesa non ancora finita. “So perché sei venuto.” ripete sussurrando. Lui è ancora immobile, cristallizzato nell’atto dell’assaggio. La sua mente svuotata da quel sapore dolce, da quel frutto proibito che adesso brama più di ogni altra cosa. Non risponde. Trattiene il respiro.

“Perfetto. Comincio io allora.” sbotta lei vista l’immobilità di lui. “Non ci stai più, eh? La situazione è diventata pesante e tutte quelle belle cazzate lì.”

“Non sapevo saremmo arrivati fino a questo punto…” si riprende dalla trance “lo sai, all’inizio ti ho seguito in tutto. Nell’appendere i manifesti, ai banchetti d’informazione, nelle conferenze… Ma adesso il gioco è diventato troppo pericoloso… Non posso continuare.”

Sbuffa. La sua calma sembra essere comparsa. Si alza dalla sedia con un movimento leggero, facendo svolazzare il vestito. Lei è l’unico elemento in movimento adesso. Il tempo si è fermato. Lui la segue con lo sguardo andare verso la credenza e poggiarsi con le spalle. E’ scalza, le gambe bianchissime, nude. E’ appena una donna, con i lineamenti accennati, il volto limpido di una giovinezza tranquilla e spensierata, ma con un alone nero che la circondava in un’aura di indisponenza.

“La mia crociata è iniziata quando ero piccola. Mio padre era sindaco di Motta Franca, questo lo sai già, e io lo guardavo dal basso con ammirazione, ero poco più di una bambina, innocente. La nostra era una vita tranquilla, tutto sommato, papà tornava a casa per pranzo e mi portava sempre un dolce dalla pasticceria di Mimì e la sera mi raccontava della sua giornata. Ero orgogliosa. Vedevo il mio paesino crescere sotto la sua guida, giorno dopo giorno qualcosa cambiava. Si poteva sentire nell’aria, la gente era più tranquilla, venivano aperti nuovi negozi, si asfaltavano le strade, nuovi palazzi e giardini pubblici. Da quattro case in croce e una bottega, nel giro di otto anni, contro ogni previsione, eravamo diventati una città vera e propria, pronta a scommettere sul futuro dei suoi cittadini. Io crescevo felice e non mi preoccupavo d’altro se non della mia istruzione. Conoscevo tutti i collaboratori di papà e tutti mi volevano bene. Una vita perfetta, no?”

Lo guarda, quasi con cattiveria, gli occhietti socchiusi, carichi di rancore.

“I problemi sono iniziati , o meglio, mi sono resa conto dei problemi che si nascondevano dietro le apparenze, solo dopo la morte di mio padre. Morto ammazzato dalla ‘ndrangheta. Ero al liceo, come ogni giorno mio padre mi aspettava di fronte ai cancelli parlando con qualche altro genitore che lo aveva riconosciuto. Lo uccisero di fronte ai miei occhi. In quel momento mi resi conto che non avevo capito un bel niente. Non avevo capito che quello che faceva mio padre era qualcosa di eroico. Una battaglia epica contro i veri padroni della mia terra. In un certo senso è stato lui a tenermi all’oscuro da quella realtà, perché avrei avuto tempo una volta cresciuta per capire quelle cose. In ogni caso recuperai in fretta.”

Lui non sa che dire, questa storia l’ha già sentita, trita e ritrita dei particolari più emotivi e stucchevoli. Il funerale ufficiale, i sindaci della zona con le fasce nere al petto, il fazzoletto per le lacrime in una mano e una cipolla nell’altra. La madre distrutta, le corone di fiori, le manifestazioni e tutto il resto.

“Noi ci conosciamo da quattro anni, giusto?” continua lei “sai con quanta passione facevo il mio lavoro, come hai tetto tu, il volantinaggio, le conferenze, ecc. Ma tutto questo non mi bastava mai. Lo avrai capito quando mi mettevo a piangere nel tuo letto, dopo aver fatto l’amore. Quando mi chiudevo in bagno a vomitare istericamente la cena. Così ho cominciato, a tua insaputa tesoro, a raccogliere le informazioni necessarie, gli appoggi, i mezzi, per la soluzione definitiva. Sapevo che non avresti approvato, che alla fine sarei diventata come uno di loro, per questo ti ho tenuto all’oscuro fino a qualche giorno fa. Ti ho dato tempo per pensarci e adesso sei qui per le tue dimissioni, dalla mia battaglia, dalla nostra battaglia, e da me. Non ti biasimo, no, ma tu sai che io lo devo fare, devo arrivare fino in fondo.”

Inizia a singhiozzare, abbassando lo sguardo per coprire le lacrime con la frangia lunga dei capelli. Lui è ancora seduto, vorrebbe alzarsi, abbracciarla, stringerla e rassicurarla, dirle che sarebbero scappati, che avrebbero dimenticato tutta questa storia, ma non ci riesce. Non riesce a muoversi, a parlare. Apre la bocca gorgogliando qualche parola incomprensibile. E’ lei che si muove verso di lui, è lei che lo abbraccia e lo bacia. “Amore mio. Amore mio.” gli bagna il viso con le lacrime. “Scusami amore. Scusami…” riesce a sentire il cuore battere sotto il seno appena accennato, sente le mani morbide di lei accarezzargli le guance. Chiude gli occhi, paralizzato, e lei si ricompone e ritorna seduta.

“Alla fine l’ho fatto tesoro.” sorride “Li ho uccisi. Uno dopo l’altro, giusto questa notte. Qualche ora fa. Sono sicura che ne verranno altri, i figli, i nipoti, le ndrine nemiche prenderanno il controllo. Ma adesso ho la mia vendetta. Misera, spiegazzata dal dolore. Ho ucciso quelli che di giorno inaugurano parchi giochi per bambini e di notte scaricano scorie radioattive sotto lo scivolo o l’altalena. Quelli che quando ero piccola mi accarezzavano la testa facendo i complimenti a mio padre. E ora amore, tocca a noi…”

Dal telegiornale regionale:

“Rinvenuti i corpi di Maria Giulia Monteleone e Alessandro Francesco Tripodi nell’appartamento in via Torino n°13 di Motta Franca. La ragazza, appena ventiduenne uccide il fidanzato con una mistura di cicuta e yogurt, per poi spararsi un colpo alla tempia. Addolorati i familiari e gli amici. La donna, accecata dalla gelosia, avrebbe preferito questa fine per la loro relazione. Non è il primo atto considerato di un personaggio molto discusso che ha monopolizzato l’attenzione dei media con le sue iniziative di protesta stragavanti. Ricordiamo quando…”

Dal verbale di carabinieri:

“Il caso 4567FG, rinvenimento dei corpi di Maria Giulia Monteleone e Alessandro Francesco Tripodi nell’appartamento intestato alla suddetta in via Torino n°13, viene archiviato come omicidio premeditato e successivo suicidio…”

Dal blog di un giornalista freelance:

“…eppure, dopo tutte queste considerazioni di illustri giornalisti, mi viene da pensare che forse dietro questo atto sconsiderato ci sia dell’altro. Che forse si è chiuso il caso troppo in fretta e che probabilmente si può collegare con il massacro dei Laganà, avvenuto la sera prima a causa di sconosciuti. Probabilmente non sapremo mai come sono andate le cose. Ma può una donna spinta dall’amore per suo padre, la sua terra, il fidanzato, commettere una strage di uomini collusi e uccidersi portando con se l’unica persona che gli è stata vicina nella sua battaglia?”

Dal diario mai trovato di Maria Giulia Monteleone:

“…è per questo che devo farlo. Questo è il mio dolce ritorno al principio, la mia dolce vendetta. Stanno venendo a prendermi. Nessuno leggerà questo diario, lo faranno sparire. Almeno non potranno toccare Alessandro. Sto arrivando papà.”

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2 risposte a “Cominciamo a scavare.

  1. Purtroppo i racconti selezionati, fino ad ora, sono tutti stucchevoli, prevedibili e scritti da cani, dopo il primo incipit ho deciso che non valeva la pena sprecare tempo e fatica per fa quadrare un racconto per come lo vogliono loro… Il tuo è bello ma nutro poche speranze nei loro confronti, non credo capiranno, eh va beh.
    Complimenti in ogni caso!

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