La Via Crucis Del Defic(I)ente.

E la prima settimana è passata, il mio racconto non è stato neanche inserito nel sito del concorso.

Vi propongo il secondo pezzo inviato a quei simpaticoni di Muller e Scuola Holden!

Non ricordo neanche il titolo, non sono del tutto contento di quello che è uscito, ma vediamo cosa ne pensate voi.

Senza Titolo.

“Caterina dice che aspetta ogni mercoledì a partire dal mercoledì sera. Che è il suo piccolo momento di piacere. Io non mi faccio illusioni, però: dice tante cose. Quando arrivo ha già messo al loro posto i pezzi sulla scacchiera e i cuscini, visto che giochiamo sul pavimento e ogni partita dura un’ora o più. “Non tocca a me il nero” faccio, come ogni volta. “Si invece” dice lei, accarezzando i suoi pedoni bianchi come se fossero un piccolo esercito del bene.”

La casa è in perfetto ordine, come al solito. Lo stile minimalista dell’arredamento è disarmante, non un cenno di futilità, non un soprammobile, non un colore fuori posto. Quel calcolo al millimetro, la geometria imperante. Mi sento un errore, l’errore di un Dio intransigente. Ogni volta che metto piede in casa di Caterina, mi fissa con il Suo sguardo sprezzante e io sono destinato a scomparire in una nuvola di indisponenza.

“Pedone in E4” non abbiamo tempo per i convenevoli, dobbiamo giocare. Abbiamo bisogno di quel gioco. Seduti sui cuscini lasciamo che il tempo scorra tra le nostre dita. Pensiamo molto prima di muovere un pezzo, sempre pronti a gridare all’acconcio. Non possiamo permetterci errori, su questa scacchiera, ogni mercoledì, scorre del sangue.

La scacchiera è molto vecchia, terribilmente fuori posto nell’appartamento di Caterina. Intarsiata dei più fini ricami e particolari. Era di nostro padre, io e Caterina siamo fratelli, che prima di morire la lasciò a noi. L’aveva comprata a un mercatino dell’usato a siviglia, durante la sua luna di miele. Era estate, quelle estati che ti tolgono il fiato e annebbiano la vista, nostro padre uscì da solo, dalla casa che avevano affittato, e si incamminò tra le strade strette e afose. Il sole era a picco sulla città e quasi nessuno osava sfidarlo. Il mercato sembrava un oasi nel deserto, con quei teloni ampi e arieggiati. Il profumo di spezie lo colse alla sprovvista e lui non potè trattenersi dal seguirlo. Tra lampadari di vetro colorato e specchi consumati da chissà quale antica maledizione, eccola lì! La vide attenderlo su un tavolino di fronte a un piccolo chiosco del tè. I pezzi schierati, in attesa di un generale. Sfiorò il legno quasi spaventato, come se potesse dissolversi in polvere da un momento all’altro. Si sedette al tavolo dalla parte dei bianchi e rimase ipnotizzato dal tema a scacchi. Non sapeva giocare, non era uomo da star seduto a pensare alle proprie mosse. Si riteneva un uomo d’azione, un futurista, che vuol “cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità“. L’uomo del chiosco gli porse una tazza di tè e lo lasciò nella sua trance. “Gliela regalo” disse spezzando la magia “non posso tenerla più. In ogni caso non mi servirebbe dove sto andando”. Nostro padre si accorse solo in quel momento dell’uomo “dove sta andando?” chiese, “Non le piacerebbe saperlo” rispose enigmatico l’uomo.

“Alfiere in A6” procediamo come al solito nel nostro balletto. Un tango solitario su una pista deserta, illuminati soltanto da un raggio di luna. Silenziosi. Concentrati. Complici.

Nostro padre conservò quella scacchiera in cantina per tutta la sua vita. Senza mai voler imparare. Almeno finchè non si ammalò. Rimaneva tutto il giorno a letto, a guardare dalla finestra il sole sorgere e tramontare. Era mercoledì quando mi chiese di salirgli in camera la scacchiera. Nostra madre comprò un sacco di libri e manuali sull’argomento, e noi imparavamo con lui. Ci stava addestrando, voleva degli sfidanti validi per quando sarebbe stato pronto. La scacchiera rimase aperta sul comodino, pronta ad essere utilizzata, per settimane, finchè non accadde l’irreparabile. Eravamo appena ragazzini e l’unica cosa che rimase di lui nelle nostre menti erano gli scacchi. Non il suo volto duro e rugoso, non le sue mani grandi e callose, ma i suoi scacchi. Era mercoledì quando morì.

“Scacco”. Caterina è immobile. La mia regina ha appena mangiato un cavallo e adesso minaccia il suo re. Rimane immobile anche quando vado a prendere un bicchiere d’acqua e quando torno a sedermi sul cuscino. I capelli neri le cadono lisci sugli occhi in una frangia obliqua.

Io avevo quindici anni e nostra madre si sposò dopo qualche anno, con un medico abbastanza famoso in città, una di quelle persone che va ai ricevimenti ufficiali col sindaco e partecipa alle serate di beneficenza dell’istituto “TaldeiTali” per i bambini con qualche malattia incurabile. Una di quelle persone che, però, quando torna a casa picchia la moglie e magari costringe i figli a guardare. Scappai di casa appena mi crebbero i baffi. Corsi fuori un giorno d’estate, faceva caldo, troppo, e non tornai più indietro, portai con me solo la scacchiera.

“Non possiamo continuare così.” dice rimanendo con gli occhi inchiodati sul suo re.

Crebbi lontano dalla mia famiglia e da quell’uomo che odiavo. Crebbi da solo, vagabondo e tormentato. Odiavo anche mio padre, era colpa sua secondo me, era lui che se n’era andato abbandonandoci a quell’orco. La strada fu clemente con me e imparai ad apprezzarla. I suoi trucchi, i suoi inganni, le sue carezze e le sue gioie. Mi battezzarono cristiano e mi cresimarono vagabondo, io sono stato il simbolo della mia epoca distrutta, dimenticata, lasciata a se stessa. Come figlio prediletto di questo mondo ebbi la sua stessa maledizione e divenni un reietto.

“Non sei felice di incontrarmi sorella?” le chiedo perplesso visto il suo comportamento. Le gambe incrociate sul cuscino si stanno addormentando e sento un formicolio al sedere. “Ogni mercoledì io vengo qui per te. Mollo qualsiasi cosa stia facendo e non manco mai all’appuntamento. Perchè ti amo, e sei mia sorella.” Lei alza gli occhi dalla schacchiera e mi guarda torva, una lacrima le scende sul viso. “Anche io ti amo fratello, sei la mia unica luce, so quando ti sforzi per essere qui. So quanto ci tieni e sai quanto ci tengo io.” riabbassa gli occhi tristi “Ma non posso sopportare tutto questo. Ogni mercoledì ti aspetto, ti desidero, ma ogni mercoledì me ne pento. Odio me stessa. Per aver permesso tutto questo, per non averti fermato prima. Forse sarebbe andata meglio nell’altro verso.” Sorrido alle sue parole, me lo sarei dovuto aspettare, non sarebbe potuta durare.

“Sorella…”

“Non dire niente” mi interrompe bruscamente “Finiamo questa partita.”

La strada però pretendeva la prova del fuoco. Ero un uomo e dovevo dimostrarlo prima di tutto a me stesso. Uccisi il mio primo uomo. Il secondo, il terzo, alla fine divenne un lavoro. Ero diventato un killer di professione. Mi pagavano per uccidere. Mi pagano per uccidere. Sentivo ogni morte, ogni ultimo battito mi premeva sulle tempie, torturandomi. Uccisi soltanto una persona per piacere. Il marito di nostra madre. Lo uccisi una notte senza luna e mi portai via il suo cuore, ululando nella notte. Mia sorella lo sapeva, l’avevo avvertita, forse per essere fermato, forse per mettere fine a tutto questo, ma lei non fece niente. Da quell’anno ogni mercoledì, io e Caterina giochiamo a scacchi. Ogni mercoledì, da quell’anno, lei perde. Ogni volta che perde piange per non essere riuscita a fermarmi almeno una volta. Piange perchè nostro padre è morto invano. Ogni mercoledì facciamo l’amore sul pavimento spoglio della sua cucina. Io l’amo.

Questo mercoledì va diversamente. Lei vince, io perdo. Nostro padre rimane sepolto, come il nostro patrigno. Mia sorella non troverà la forza di denunciarmi, nostra madre non saprà mai dov’è suo figlio, non ci sarà nessuna giustizia in questa storia.

“Ogni mercoledì io perdo a scacchi contro mio fratello. Questo mercoledì, invece, ho vinto. Come ogni mercoledì facciamo l’amore sul pavimento della cucina. Nostro padre rimane sepolto, come il nostro patrigno. Io non troverò la forza di denunciarlo e nostra madre non saprà mai dov’è suo figlio. Ma questa volta sarà fatta giustizia.”

Come al solito, mi alzo mente mia sorella Caterina prepara un caffè. La nostra ora e mezza (o due) è finita. Mi vesto e vado in cucina. Questa volta in mano non ha la mia tazzina, ma un coltello.

La bacio sulle labbra e chiudo gli occhi.

“Ti amo.”

“Anche io”


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