Della Fotografia E Tutto Il Resto.

Una volta mi capitò di trovarmi in autobus con la mia macchina fotografica. Non è che mi trovavo lì per caso, di proposito volevo provare qualche scatto nella routine quotidiana dei miei concittadini. Si, le solite boiate pseudo intellettuali e blablabla. Ma evidentemente la cosa non piacque.

Alla mia fermata non si aprirono le porte, dovevo prima affrontare l’autista e il mafiosetto di turno.

-Che stai facendo?

-Delle fotografie.

-Perfetto, adesso cancellale o ti spasciu d’apparecchiu!

-E’ analogica, non posso cancellarle, brucerei tutto il rullino aprendola…

-E che c’ai a fari co ddi fotu? Si un giornalista?

-No, non devo farci niente… volevo solo fare due foto…

E ovviamente tutti i blablabla sulla privacy, il luogo pubblico, eccetera eccetera.

Alla fine mi lasciarono andare dopo una “discussione” di un quarto d’ora e con la macchina intatta. La cosa però mi lasciò scosso e andai a informarmi su qualche legge o ordinamento in previsione di altri scatti. La mia ricerca mi ha portato a scoprire un paio di leggi sugli archivi, l’obbligo di cancellare le foto dopo la richiesta del soggetto e altro che non starò qui a scrivere.

Ieri sera facevo un giro su youtube e ho trovato alcuni video dell’arresto del mafioso Tegano.  Guardatelo fino alla fine.

Ovviamente ci sarebbe da parlare per ore su questo video, ma volevo soffermarmi su un solo aspetto, per tutto il resto vi rimando al blog di Antonino Monteleone. “Caccia sta telecamera che ta rumpu bastardo”, ecco la pragmatica frase del ragazzo con le lacrime agli occhi per il latitante arrestato.

Siamo veramente condannati a pose consapevoli e scatti premeditati?

Cito due fotografi di fama internazionale.

Ando Gilardi:

“Non fotografare gli straccioni, i senza lavoro, gli affamati.
Non fotografare le prostitute, i mendicanti sui gradini delle chiese, i pensionati sulle panchine solitarie che aspettano la morte come un treno nella notte.
Non fotografare i negri umiliati, i giovani vittime della droga, gli alcolizzati che dormono i loro orribili sogni.
La società gli ha già preso tutto, non prendergli anche la fotografia.

Non fotografare chi ha le manette ai polsi, quelli con le spalle al muro, quelli con le braccia alzate perché non possono respingerti.
Non fotografare il suicida, l’omicida e la sua vittima.
Non fotografare l’imputato dietro le sbarre, chi entra o esce di prigione, il condannato che va verso il patibolo.
Hanno già sopportato la condanna, non aggiungere la tua.

Non fotografare il malato di mente, il paralitico, i gobbi e gli storpi.
Lascia in pace chi arranca con le stampelle e chi si ostina a salutare militarmente con l’eroico moncherino.
Non ritrarre un uomo solo perché la sua testa è troppo grossa, o troppo piccola, o in qualche modo deforme.
Non perseguitare con il flash la ragazza sfigurata dall’incidente, la vecchia mascherata dalle rughe, l’attrice imbruttita dal tempo.
Per loro gli specchi sono un incubo, non aggiungervi le tue fotografie.

Non fotografare gli annegati, i corpi carbonizzati, gli schiantati dai sismi, i dilaniati dalle esplosioni: non renderti responsabile della loro ultima immagine che li farebbe inorridire se potessero vederla.
Non fotografare la madre dell’assassino e nemmeno quella della vittima.
Non fotografare i figli di chi ha ucciso l’amante, e nemmeno gli orfani dell’amante.
Non fotografare chi subì ingiuria: la ragazza violentata, il bambino percosso.
Le peggiori infamie fotografiche si commettono in nome del “diritto all’informazione”.

Se davvero è l’umana solidarietà quella che ti conduce a visitare l’ospizio dei vecchi, il manicomio, il carcere, provalo lasciando a casa la macchina fotografica.
Come giudicheremmo un pittore con pennelli, tavolozza e cavalletto che per fare un bel quadro sta davanti alla gabbia del condannato all’ergastolo, all’impiccato che dondola, alla puttana che trema di freddo, ad un corpo lacerato che affiora dalle rovine?
Perché presumi che la borsa di accessori, la macchina appesa al collo e un flash sparato in faccia possano giustificarti?”

Daltro canto, secondo Cartier-Bresson la fotografia è un crimine. Ma lui fotografava sugli autobus, consapevole di essere un criminale, e poi scappava colpevole.

Ma allora a cosa serve la fotografia, la pittura, il cinema, la musica, la scrittura stessa, se non a ricordarci quel che siamo? Per stupirci con effetti speciali patinati basta prenderebbe prendere qualche pasticca o ubriacarsi. Ne abbiamo abbastanza di placebo e sedativi per la mente.

Questo è il tempo della verità e dobbiamo reclamarla a voce alta, forse da criminali, forse da pervertiti e macabri voyer.

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5 risposte a “Della Fotografia E Tutto Il Resto.

  1. La questione se la fotografia possa essere oltre l’individuo, e quindi giustificabile in ogni sua espressione, credo sia talmente delicata che bisognerebbe giudicare caso per caso. La realtà è la materia, il blocco di marmo, da cui il fotografo estrae, decontestualizzando. Una volta detto che la materia su cui opera la fotografia è la realtà, non si può renderla schiava di una legislazione predittiva, ma altrettanto non la si può scagionare preventivamente da ogni violazione. Ogni situazione porta con se necessità, contrasti, violazioni, differenti. In linea di massima però credo che troppo è stato fatto per permettere di dover troppo spesso chiudere l’occhio fotografico difronte ad ogni situazione, soffocando ogni necessità espressiva, e lasciando le nefandezze della società globale, lontane dal range di realtà disponibile per gli occhi meccanici, che tanto intimoriscono la gente per la loro capacità di imprimere, di memorizzare. Puoi vedere una realtà che non piace a nessuno, ma devi dimenticarla in fretta, soffocare ciò che produce in te. Una fotografia questo non lo sa fare. Perciò la fotografia è scomoda, ed è giusto che sia così.

    • Ovviamente, avrai capito che questo post era solo una provocazione, uno spunto per ulteriori riflessioni, non mi sarei mai imposto di scrivere qualcosa di assoluto così di getto, così brevemente e con tanta leggerezza.

      I figli illeggittimi della realtà brutta, violenta, quella realtà che appunto non piace a nessuno, forse sono i più riusciti. Unici, di una reazione non calcolata, una delle poche variabili che ci sono concesse. Soffocare queste sensazioni è un omicidio!

      La fotografia è una delle ostretiche di questo travagliato parto.

  2. Si avevo compreso e apprezzato il tuo post.
    Un saluto e un abbraccio 🙂

  3. Hai catturato la mia attenzione. Ho letto tutto il post (ed anche altri qui dentro) da cima a fondo. Pochi riescono a tenermi attenta così a lungo, credimi.

  4. Fra, mi fa piacere aver stuzzicato il tuo interesse, prossimamente ho intenzione di riprendere a scrivere regolarmente, forse oggi stesso aggiungo un articolo. Quindi… Stay Tuned: iscriviti a questo blog(b)!

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