Senza Lacrime.

Quando mio padre mi disse che tradiva mia madre avevo circa dodici anni. Avevo il presentimento che qualcosa non andasse da qualche tempo. Come un’inconscia consapevolezza che diventa ogni giorno più presente. Ricordo un viaggio in macchina e una telefonata sospetta. Ricordo dei lamenti provenire dalla cucina, ogni sera, prima di cena, quando non c’era ancora il computer a distrarmi e la televisione non bastava. Ascoltavo da dietro la porta come un passante curioso impertinente. Ma tutto questo non mi ha mai realmente turbato. Mio padre era un violento e quando litigavano chiusi in cucina io ero libero di girare per casa senza la sua presenza assillante. Prima o poi, però, la tensione accumulata sarebbe esplosa; e io lo sapevo.

Ero in camera da letto con mio padre in ginocchio di fronte a me, in lacrime. “Io ho tradito la mamma.” Il suono di quelle parole echeggio nella stanza fino a farmi esplodere in un pianto isterico, non che avessi capito realmente cosa volessero dire. Come se si dicesse a un bambino che il nonno ha il cancro o la leucemia, lui non sa bene di cosa si stia parlando, ma le emozioni sono contagiose, si insinuano nelle ossa prima che se ne possa rendere conto e ci penetrano di intensità. Ci riempiono fino a saturarci e sono troppo appiccicose per scrollarcele di dosso.

Seguì un anno di convivenza dopo la separazione. Esperimenti sociali. Si provava ad andare avanti nonostante la divisione della casa. Si montò un’altra cucina e si allestì una nuova camera da letto. La presenza di un padre sanguinante, represso e pieno di rimorso era ossessionante. Ogni giorno cercava di spiegarmi che in fondo non era colpa sua, che in fondo la mamma poteva perdonarlo, che prima o poi tutto questo sarebbe finito. Il periodo della convivenza fu anche il più violento. Mio padre, che già prima tendeva a scaricare lo stress e la frustrazione con una quotidiana dose di urla e inseguimenti che puntualmente finivano con la mia sottomissione, non seppe far altro che continuare a prendersela col figlio che iniziava a crescere in modo diverso da come voleva lui. La pubertà incombeva e la situazione di crisi palpabile non aiutava. Un veloce calcolo dei danni si può riassumere in: una portafinestra spaccata, due (o tre) porte sfondate, una chitarra distrutta, un lettore mp3 ridotto a pezzi dalle mie testate, un paio di vasi e altri piccoli oggetti. Di solito iniziava con un pretesto, “Simone, vammi a prendere il giornale”, si scatenava con una risposta supposta sbagliata, “un attimo, quando finisco una cosa”, e con un presunto tono arrogante, proseguiva con un breve inseguimento e finiva con me bloccato sotto le sue ginocchia. La mano vibrante sulla mia faccia, il dolore bianco che mi accecava e un senso di frastornato atterrimento. Kafkiana colpevolezza.

Fortunatamente tutto questo finì dopo due anni. Lui si trasferì in un’altra casa e smontammo la cucina e trasformammo la camera da letto in più in stanza per gli ospiti. Ma io ero sempre suo figlio, e per quanto i suoi metodi potessero essere sbagliati, avevo la consapevolezza che lui mi amava.

La vita fu più facile, inutile mentire, mia madre era più rilassata, mio padre lo vedevo di tanto in tanto e questo diminuiva drasticamente i momenti di litigio, che comunque si presentavano a ogni nostro incontro, ma in modo meno violento. Suppongo che questo era diventato il suo modo di dimostrarmi i suoi sentimenti, come se l’incidente con mia madre l’avesse distrutto a tal punto da fargli dimenticare come amare. Tutto questo comunque non mi turbava più di tanto, ormai ci ero abituato, e le sue urla, come il mare su uno scoglio, avevano levigato la mia suscettibilità fino a eliminarla completamente; annuivo e chiudevo gli occhi immaginando di essere altrove.

Ma il rapporto con mio padre non era solo grida e piatti rotti. Tra un litigio e l’altro c’era il mare. Seicento chilometri di costa balneabile. La Calabria. La pesca. Mio padre mi portava a fare pesca subacquea. Lì sotto non potevamo litigare. Non c’era possibilità di finire a terra sotto i suoi pugni. Da capo vaticano a isola di Capo Rizzuto nuotavamo insieme e tutto era diverso. Questa era la passione di mio padre. Usciva dall’ambulatorio pediatrico, dove lavorava, saliva in macchina e partiva verso il mare. La sacca da pesca già pronta nel portabagagli. E spesso veniva a prendermi a scuola. Lo ricordo in pantaloncini corti, maglietta sportiva, occhiali da sole e sandali. Accecato dalla luce del sole agitava la mano nella mia direzione. Senza dire una parola salivo in macchina e partivamo. E mi piaceva. Con maschera e pinne, ad esplorare quel mondo. Le orecchie ovattate che mi isolavano dalle preoccupazioni. Ero un altro, ero un predatore, un essere di acqua e passione. E mio padre mi guidava in quell’universo che gli apparteneva. Era tranquillo lì, rigenerato. L’acqua rimarginava tutte le ferite e le cicatrizzava in un lontano ricordo. Fianco a fianco ci amalgamavamo nel liquido azzurro e diventavamo parte di esso. Un’unica massa omogenea. Un unico organismo. Vita pura. Piacere liquido ed eccitazione.

Quello che amavo era che non potevi mai sapere cosa avresti trovato sotto quella roccia o dietro quello scoglio. L’ignoranza. La scoperta. Tra le anemoni urticanti e i polpi, ci muovevamo all’unisono. Tra le cernie regine e le murene boccheggianti.

Io sapevo che mio padre era quella silenziosa figura che mi guidava in quegli abissi multicolori. Non l’uomo violento che aveva tradito mio madre, ma quel maestro che mi mostrava il suo vero mondo da dietro la lente appannata della maschera.

L’uomo è tanto meno sé stesso quanto più parla in persona propria; dategli una maschera e vi dirà la verità.”

Questa la mia infanzia. Le scuole medie e superiori, a nascondermi alla vita.

Le maree si alzavano e si abbassavano e mio padre perdeva tutti i suoi amici, uno ad uno, li allontanava per rinchiudersi in se stesso e nella sua irascibilità. Mia madre lo odiava e ogni volta che se ne presentava l’occasione ci litigava. Sempre più violentemente. E lo specchio d’acqua del nostro mare si incrinò alla violenza dei suoi colpi. Il nostro santuario era stato profanato alla vigilia dei miei esami di stato. E nulla fu più lo stesso.

Mi trasferii a Roma per l’università. Non lo vidi più e tanto meno lo sentii.

Seppi della leucemia troppo tardi per vederlo un’ultima volta. Tornai a Reggio Calabria per i funerali. Il mare lo aveva tradito. Dopo metà della sua vita passata immerso in quelle acque che ogni giorno diventavano sempre più inquinate dalle scorie radioattive scaricate in mare dalla mafia, era naturale che finisse in quel modo. Forse lo sapeva, forse no, ma non si sarebbe comunque separato dall’unica cosa che lo faceva sentire vivo, anche a costo di morire. Forse era un lento suicidarsi. Una triste resa a se stesso e al mondo. Quel suo mondo parallelo lo aveva accolto nel suo tunnel senza via d’uscita. La sua dolce droga. Il suo dolce incubo. La sua dolce morte.

Dopo la sua morte parlai con l’unico amico rimastogli, ci prendemmo una birra e parlammo di lui. Di quel lato di lui che non vedetti mai. Riesaminai la storia del tradimento e del suo dolore. Se la relazione tra lui e mia madre è fallita, forse non è stata solo colpa sua. Forse il tradimento è stata solo la reazione a un alta situazione critica, di sopportazione, di gocce di veleno nel bicchiere di vino quotidiano. E forse in tutto questo è lui che ha sofferto di più. Forse non dirmi niente della sua malattia è stato un modo per non farmi soffrire, forse non aveva le parole per riconciliarsi a me. Forse non era rimasto nulla di quell’altro lui che conoscevo e voleva lasciarmi con almeno quei ricordi felici in mare. E forse io sarei potuto essere un figlio migliore.

E’ terribile come la morte sconvolga la percezione di determinate situazioni. Come se aspettassimo l’irreparabile per renderci conto di qualcosa, perchè alla fine si rimanda sempre con la falsa sicurezza che tanto c’è tempo, si hanno cose più importanti da fare e non ci si concede un attimo per fermarsi e guardarsi intorno.

Lo feci cremare.

La vecchia cinquecento sobbalzava sulla strada dissestata verso Capo Vaticano.

Ero solo con lui, incenerito in un’urna opaca. Nessuno diceva niente. Non litigavamo neanche.

Posteggiai sulla spiaggia che era ancora buio. Qualche volta ci alzavamo prima dell’alba per andare a pescare, le ore migliori sono proprio quelle dell’alba, quando i pesci si risvegliano dal torpore della notte, sbalzati dalle onde.

Mi arrampicai in costume fino a uno scoglio che troneggiava sull’insenatura. Da lì si poteva vedere tutto, dalla macchia mediterranea alle mie spalle alla sconfinata profondità del mare sotto di me.

Stesi rannicchiato con una brezza fredda che mi accarezzava la schiena. Brividi.

Quella fu la conversazione più piena che avessimo mai avuto. In quel silenzio, permeato dal canto delle cicale, le parole non servivano. Parlammo fino all’alba. I raggi del nuovo sole si allungavano verso le villette poco lontane.

“E’ ora di andare.”

Dispersi le ceneri in mare.

E lo raggiunsi tuffandomi.

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Una risposta a “Senza Lacrime.

  1. Splendido, pregnante, intimo, duro, dolce racconto di vita. Fai venire voglia di scrivere, a me che già scrivo. Quello che m’insegni nei post che ora vorrò leggere in numero non maggiore di uno al giorno, è la bellezza dell’aprirsi al mondo, il gusto dell’uscire da sè. Tu lo fai? Non lo so (ancora). Però, leggendoti, indubbiamente io esco da me. Grazie.

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