Di Un Bambino Mai Nato.

Così è partito il concorso letterario organizzato da Muller (si, proprio la marca di yogurt) e Scuola Holden: blu su bianco. Per quanto si possa pensar male di Baricco & friends, per noi poveri scrittori in erba le occasioni di farci pubblicità son poche e bisogna sfruttarle tutte al massimo… Maledetta editoria italiana!

Quindi vi propongo il mio racconto! Commentate e se vi capita fate un salto sul sito del concorso per votarlo.

Di Un Bambino Mai Nato.

La sua camicia è una macchia bianca sul letto. Lei la ignora: infila nel cassetto la biancheria pulita, mette la borsa nuova sul ripiano più alto dell’armadio, apre la finestra e cambia aria alla stanza. Va a sedersi davanti allo specchio. E’ bella, oggi; sembra quasi che il trucco di ieri sera le sia rimasto addosso. Ora può girarsi, raggiungere il letto. Prima sfiora il colletto e accarezza le maniche, poi se la preme sul naso, sulla bocca. Sorride: che stupida. Va all’armadio e cerca una stampella libera. Si sforza di non guardare il telefono anche se è lì, sul comodino.

Il cielo era bianco. Troppo bianco quel giorno. Quel bianco lo innervosiva. Dalla sua moto in corsa sul viale lo fissava. Fissava quel bianco uniforme e sconfinato. Ed era mattina, la mattina del giorno dopo. Troppo presto per svegliarsi, troppo tardi per addormentarsi, ormai. In questa città non esiste l’alba. Si passa dal nero abissale di una notte senza stelle o illuminazioni a un grigio spettrale. Per lui non esistono i rossi, i gialli, gli arancioni, per lui c’è solo una consapevole amarezza del giorno che fugge e della notte ubriaca. Gli alberi con le fronde nere, intossicate dallo smog, gli passavano di fianco. Le serrande erano abbassate, lasciate in balia di artisti notturni a ravvivare quel grigio. Quegli artisti, però, sono invecchiati e se ne sono andati, come tutti in questa città. Le finestre rotte perdevano di definizione a quella velocità, ma lui non se ne badava. Ancora una volta, in questa città senza nome, la sua moto viaggiava sul viale. Ancora una volta nessuno. Non c’era nessuno per le strade.

Non si mosse. Non si mosse neanche quando il telefono squillò. Si distese sul letto stringendo la camicia tra le dita sottili. Il copriletto di seta verde le accarezzava la pelle nuda della schiena. Un brivido indefinito la pervase e con uno scatto lanciò la camicia in un angolo di quella stanza. Il telefono continuava la sua litania. Lei si rannicchiò. Si mosse ancora. Le dita dei piedi si intrecciavano con il verde. I capelli sparsi creavano un’aureola rossa intorno alla sua testa. Gli occhi chiusi. Il cielo bianco entrava nella stanza dalla finestra aperta, confondendosi con le pareti. Le braccia distese. Era una madonna crocifissa. Era una donna dimenticata. Era una città, quella città che odiava.

Il vento freddo della mattina gli spaccava le mani strette sul manubrio. Le nocche iniziarono a sanguinare.

Da grande voglio fare il medico.

Da grande voglio fare l’avvocato.

Da grande voglio fare l’insegnante.

Da grande voglio fare una strage.

Da grande voglio dimenticare.

Rallenta. Ai lati della strada copertoni in fiamme. Quell’odore acido gli entrava nelle narici, prepotente. Il fumo nero contaminava il cielo e lui si sentiva più tranquillo. Lasciò scivolare il casco per terra e si incamminò. La strada era sempre stata lì ad aspettarlo e finalmente trovò la forza di percorrerla.

Ormai non lo sentiva più il telefono. Quel suono così odioso era diventato un lontano eco nella sua testa. Il suoi seni pallido si stagliavano in quel deserto. I capezzoli inturgiditi due montagne che nessun altro avrebbe più scalato. Quel giorno non sarebbe scappata. Quel giorno era da sola a scegliere, con le spalle al muro e con gli occhi chiusi in attesa.

Il bianco la soffocava.

I jeans troppo lunghi si consumavano ad ogni passo e la città scompariva lentamente. Dietro di lui solo i fuochi di un’adolescenza andata a male. Un percorso sbagliato, una vita perduta. Davanti un altro deserto. Ed era bello rimanere sdraiati sui prati, accarezzati dal vento d’estate. Il vento in questa città non soffia più. Gli girava la testa e la realtà si sfocava in una dissolvenza nel vuoto.

“Tu non sei fatto per vivere questi tempi d’odio e violenza, amasti troppo quello che adesso vuoi abbandonare. Non ti biasimo suicida, regalami un minuto della tua essenza e potrò svelare cosa si cela sotto l’apparenza.”

Nuda nacque e nuda morirà. Quella frase le accarezzava le tempie come una maledizione nera. Si ritrovò a levitare nel bianco opalescente e d’un colpo sognare il presente. Baciare le labbra di uno sconosciuto e lisciarsi i capelli con una lisca di pesce.

Il sogno non è mai stato così dolce in quei fiumi di miele e argento a trascinarla alla scelta.

Donna bianca e labbra di rosa. La dea dell’ignavia si è fatta presenza, amante di Morfeo.

Il telefono squillò ancora, un ultimo spasimo di un eroe caduto. Provando a raggiungere un amore perduto.

Il bambino che lo accostò era biondo, i capelli morbidi in ricci commossi. Il volto di angelo non ancora nato e la pelle di seta non ancora tessuta.

“Sei tu che hai parlato” disse prendendolo per mano.

Il sangue delle nocche contaminò la purezza condannando il pargolo a una vita immortale.

“Non andartene ti prego, voglio solo condividere questo cielo con te.”

I due camminarono fianco a fianco, il padre suicida col figlio mai nato. La città e i suoi fumi troppo lontani, come un’eco di odio perso nel vento. La strada prosegue per i due amanti, lungo un prato di rosso melograno.

Lei si svegliò con una lacrima in viso. Il bianco svanito in un cielo stellato. La notte accondiscendente aveva preso il posto di un cielo bastardo. Aprì gli occhi e il telefono era caduto, la cornetta staccata, l’addio di ogni saluto. Si vestii in fretta e nascose le occhiaie sotto un cappello da funerale. I capelli ingombranti erano il velo, rosso d’amore di una sposa tradita. Corse fuori per la strada già vuota pensando che forse non era troppo tardi. Che forse il telefono avrebbe squillato ancora nella sua testa. Che la luna l’avrebbe perdonata.

Scalza continuò a sperare, perdendosi nelle trame di una notte banale.

“Non posso dirti che succederà, padre mio, ma ci sono io con te e questo non è un addio”

Le labbra come boccioli si muovevano lente, cadenzando ogni parola in quella lingua celestiale che lui non conosceva.

“Come posso rimediare ai miei peccati, so di essere indegno a percorrere la tua Strada.” Piangeva commosso di come i figli possano essere così magnanimi verso i genitori che li hanno costretti a vivere. Il bambino non rispose e con una manina staccò un fiore dal prato e lo intrecciò tra i capelli dorati. L’orizzonte si perdeva tra alberi solitari, caduti sul prato come una bestemmia.

I due rimasero zitti e la strada li assolse, nel lungo cammino che li aspettava non c’era posto per le parole o i pensieri, piccole chiazze di amaro sputate nel Vero.

Lei arrivò finalmente ai cancelli. Neri d’invidia per i corpi ancora svegli. Il cimitero era accogliente, con le sue cappelle e i prati all’inglese. I gatti osservavano quella visione vitale proseguire spedita tra il nero catrame. Le cicale tacquero e i gufi scapparono, per rispetto di lei: una donna mortale.

Bella e donna, vestita di dolore con al suo seguito uno stuolo di parole non dette e atti sperati.

Si fermò e contemplò la terra smossa da poco. Di nuovo la pancia venne sfiorata dalle dita sottili di una madre condannata che in attimo seppe cosa fare.

“Madre, ci hai raggiunto finalmente.”

I tre continuarono il lungo percorso dei se, dei forse e delle occasioni non colte.

La famiglia delle speranze lasciate fermentare a un sole d’estate che spesso fa male.

Il Padre, il Figlio e la Madonna in persona a camminare fianco a fianco nel triste rancore di una vita non vissuta, nell’atrocità di un animo debole.

“Non vi biasimo genitori miei, io vi amo. Forse avrei fatto la stessa cosa, forse il coraggio non è una virtù, ma solo il riflesso di un egoismo sfrenato. Andiamo adesso, siamo quasi arrivati, in quella terra del forse e del mai. Animata dalla fantasia di quelli come me, piccole vittime, ma per sempre re.”

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2 risposte a “Di Un Bambino Mai Nato.

  1. *.* ottimo…davvero ottimo… secondo me hai ottime possibilità di vincere…
    un pezzo fantastico.! =) complimenti… mi stai facendo tornare la voglia di scrivere!

  2. Grazie Martina!
    Sottoscriviti al blog, così riceverai tutti gli aggiornamenti! =P
    Conto di scrivere almeno una pezzo al giorno! 😉

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