Omelia

In questo mese di liberazione, feste dei lavoratori, piccoli santi siciliani,
riproponiamo testimonianze, riflessioni, feste, canzoni, passioni,
rituali antichi, processioni, benedizioni, confessioni, eucaristie.
Consumiamo il corpo dei martiri.
Ci abbuffiamo delle loro parole.
Unti dalla sacra commemorazione, assolti dal profondo rispetto.
Accumuliamo il passato per non perdere di vista il futuro.
Vibriamo in questa stanza piena di luce, di parole, di musica, di immagini,
chiudiamo le imposte, accendiamo un cero, più luminoso del sole.
Sbarriamo la porta e baciamo il santino.
Apriamo il gas e preghiamo
chini sui ceci,
martiri per i martiri,
lacerati dal senso di colpa della frusta del rimpianto.

In questo Fiorile anno CCXXIV festeggiamo.

W Charles-André Merda!

3

Era rimasto intrappolato. Non in un luogo fisico, ma in un pensiero, in uno stato d’animo, un sentimento di inadeguatezza. Aveva disimparato a camminare per la città, a viaggiare, a credere che forse dietro l’angolo potrebbe esserci proprio quello di cui si ha bisogno, forse aveva perso di vista anche quello: il bisogno. Intrappolato in un modo di vivere, di non vivere, di sopravvivere dietro a uno schermo. Non lo schermo di un computer, non di una televisione e tantomeno tra le pagine di un libro o incastrato in una poltrona del cinema. La vera trappola era la vita stessa, trasfigurata in un romanzo, in un film, in una canzone, forse. Così, quando una mattina, qualche giorno dopo capodanno, ritrovò la forza di uscire di casa non poté sopportare la pressione della possibilità. Di quel senso di indeterminatezza e vacuo vagare. Tra i bar, tra le persone pronte al lavoro, accanto ai postini e ai portieri, sui marciapiedi e sotto un cielo grigio, carico anche lui di indeterminatezza, in bilico tra un temporale, una schiarita, ma sempre e comunque un cielo grigio su di lui.

Quello che era veramente insopportabile non era la mancanza di odori, di suoni, di colori, ma il fatto che quella mancanza non celasse niente dietro di se. Non c’era silenzio e tantomeno il mondo gli si presentava in scale di grigi, la vera cosa che si perdeva passo dopo passo era il significato, la consequenzialità, il senso di completezza che si ha scrutando i particolari di una narrazione, quel senso di qualcosa di più grande. Per questo, timoroso, tornò a casa e iniziò a leggere.

Marta si è sposata.

La pioggia sarebbe stata una cornice migliore. Il tramonto di un’altro giorno d’estate, un bagliore arancione, un lampo di rosso e dopo solo il grigio di un nero che avanza. Era tornato a casa con la busta della spesa in braccio, come un bambino, le chiavi ancora incastrate nella serratura e le sottilette che minacciavano di cadere al primo movimento brusco, in bilico sul pane e la carne. Fuori dalla finestra le antenne del palazzo di fronte, brillanti delle ultime luci del sole nascosto. Alla televisione la condanna di Berlusconi, il presidente del collegio in piedi a sciorinare la sentenza. Una serie di parole che qualche anno prima avrebbero chiuso un capitolo della sua vita. Ma non riusciva a non pensare a lei, sul seggiolino del sedile anteriore, con la piccola mano sul finestrino alzato mentre la macchina lentamente lasciava il vialetto. Impassibile di fronte allo schermo non poteva fare a meno di pensare che i capitoli della vita non esistono e che, tutto sommato, lui era ancora solo. I piselli si sarebbero scongelati e Marta non sarebbe tornata.

Burn.

Guardo il sole in faccia e non ci vedo niente.

Qui,

Ancora, nudo.
Mai.

Bergamotto.

Quando la trovarono, gonfia e verde, arenata tra i canneti della fiumara non ci fu stupore nè, tantomeno, alcun segno di tristezza nei loro volti. Agata, si sapeva, era una ragazza disturbata, vagava sola per il paese e nessuno voleva mai parlarle.
I bambini la prendevano in giro, ma le madri, vestite di nero in perenne lutto, li sgridavano sempre, non è di buon gusto prendersi gioco dei meno fortunati. Uno schiaffone, recupera il pallone, e a testa alta, come in un cenno di sfida a qualunque occhiata torva del vicinato, si tornava a casa. Nessuno parlava di lei e i più curiosi venivano sempre azzittiti dai genitori, perchè solo i giovani non erano abbastanza furbi da sapere che la curiosità non è altro che un difetto, con un ordine perentorio di rifarsi la stanza, lavare i piatti, o qualunque altra cosa, seppure inutile, ci fosse da fare.

Faceva caldo e le vespe le ronzavano tra i capelli e le dita, attratte da un profumo acidulo, ma fresco, di bergamotto. Le vene blu sembravano fiumiciattoli che attraversano una palude verde marcio, in decomposizione, e la pelle era così tesa che i carabinieri avevano paura che nel trasporto potesse esplodere da un momento all’altro, insozzando le loro divise pulite e ordinate di qualche liquido sconosciuto e per questo indelebile e quasi corrosivo nei loro pensieri.

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Vigliacco.

“C’è un sacco di gente che merita ben altro, ma sta lì a picchiare la testa contro un muro
e hanno tutta la mia stima, ma cazzo non possono… non possono scappare!
e non dovrei sentirmi in colpa?
Cazzo!
E’ per questo che scappo io, per non sentirmi in colpa nei confronti di chi è rimasto che vale cento volte me.
Io non valgo un’unghia di quei coglioni che si spaccano il cranio e sono un vigliacco perchè ho le possibilità.
Geografia.
Fossi nato cento metri più a destra sarei un mafioso o un ritardato.
Ti prego ascoltami…
Ascoltami bene almeno una volta…
Solo poche parole…
Quanto mi manca l’amore…”
W.