Burn.

Guardo il sole in faccia e non ci vedo niente.

Qui,

Ancora, nudo.
Mai.

Bergamotto.

Quando la trovarono, gonfia e verde, arenata tra i canneti della fiumara non ci fu stupore nè, tantomeno, alcun segno di tristezza nei loro volti. Agata, si sapeva, era una ragazza disturbata, vagava sola per il paese e nessuno voleva mai parlarle.
I bambini la prendevano in giro, ma le madri, vestite di nero in perenne lutto, li sgridavano sempre, non è di buon gusto prendersi gioco dei meno fortunati. Uno schiaffone, recupera il pallone, e a testa alta, come in un cenno di sfida a qualunque occhiata torva del vicinato, si tornava a casa. Nessuno parlava di lei e i più curiosi venivano sempre azzittiti dai genitori, perchè solo i giovani non erano abbastanza furbi da sapere che la curiosità non è altro che un difetto, con un ordine perentorio di rifarsi la stanza, lavare i piatti, o qualunque altra cosa, seppure inutile, ci fosse da fare.

Faceva caldo e le vespe le ronzavano tra i capelli e le dita, attratte da un profumo acidulo, ma fresco, di bergamotto. Le vene blu sembravano fiumiciattoli che attraversano una palude verde marcio, in decomposizione, e la pelle era così tesa che i carabinieri avevano paura che nel trasporto potesse esplodere da un momento all’altro, insozzando le loro divise pulite e ordinate di qualche liquido sconosciuto e per questo indelebile e quasi corrosivo nei loro pensieri.

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Vigliacco.

“C’è un sacco di gente che merita ben altro, ma sta lì a picchiare la testa contro un muro
e hanno tutta la mia stima, ma cazzo non possono… non possono scappare!
e non dovrei sentirmi in colpa?
Cazzo!
E’ per questo che scappo io, per non sentirmi in colpa nei confronti di chi è rimasto che vale cento volte me.
Io non valgo un’unghia di quei coglioni che si spaccano il cranio e sono un vigliacco perchè ho le possibilità.
Geografia.
Fossi nato cento metri più a destra sarei un mafioso o un ritardato.
Ti prego ascoltami…
Ascoltami bene almeno una volta…
Solo poche parole…
Quanto mi manca l’amore…”
W.

Sweet Jane.

Eravamo lì sul muretto, a fumare e a vedere il tempo passare, attraverso le foglie che cadono, con i manifesti che si ingialliscono e dimenticando il volto dei vecchi che non portano più a spasso il loro cane.
Lasciare l’asfalto crepare d’estate e bagnarsi d’autunno.
Il muretto rosso, i tuoi capelli.

Adesso siamo noi piegati, crepati al sole, caduti dagli alberi. Senza più desideri, senza più forti emozioni. La vita, la morte e l’universo: 42.

Eravamo bellissimi.
Eravamo vivi.

Mi alzai dal muretto senza dire una parola, lanciando il mozzicone lontano, tra indice e medio.
Mi mescolai tra le persone che conosci e scomparii tra i mormorii, lasciandomi alle spalle un silenzio crepitatante, un grido spezzato sul nascere, un discorso mai fatto, quel vuoto così denso da non farti respirare.

Venne la notte e l’inverno. Lasciammo congelare gli intenti, dimenticammo le parole e forse ci dimenticammo anche di noi.

Eravamo partiti per cambiare il mondo e abbiamo cambiato solo noi stessi.

Il muretto non c’è più. Tu non ci sei più.
Forse partita per mondi lontani, forse sepolta con i tuoi cani.
Senza più sigarette nè fumo negli occhi, disincantata.

Veloce come il lampo, vorace come il tempo, scappa finchè sei in tempo.
Non guardare mai l’orologio, non ti dirà niente di nuovo.
Non guardare oltre l’orizzonte, è solo uno sfondo dipinto.

Non pensarmi. Non odiarmi.

Non guardare indietro, c’è solo un vecchio che piange.

Flat Line.

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WestBanhof.

Me ne andai. Annusavo l’aria con rinnovato stupore. Il fumo di sigaretta, assorbito dalle pareti, quel puzzo di chiuso. Le pareti sembravano essere ancora più gialle, ancora più vecchie e logore, con le macchie di umido e l’intonaco scrostato. Presi le mie poche cose e le misi in una ventiquattrore, sbattendo le porte mentre percorrevo il lungo corridoio, rovesciando i vasi con i fiori appassiti e lasciandomi una scia di lacrime alle spalle. Fuggivo dalla luce dell’alba che lentamente saliva dalle finestre. Lasciai il portone aperto e immersi i piedi nudi sul prato.  Lo squallore di quella enorme casa cadente comparve all’improvviso di fronte ai miei occhi umidi. Alcova dei desideri impuri, dei fallimenti con ricevuta di ritorno.

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Considerazioni Dell’Ultim’ora.

Uscito dalla metro mi sono voltato indietro, verso i bastioni, il cielo grigio balenava a sprazzi di luce tiepida, il tutto avvolto in un sottile strato di smog. Mi sentivo così distante, così etereo, per nulla appartenente a quel posto o a quell’epoca, con le automobili che sfrecciavano sull’asfalto nero e le luminarie di natale ancora appese tra i lampioni.

La casa, si vedeva già da fuori, era vecchia, morente, ma con quella solidità degna di un fossile. Incartapecorita nel suo intonaco verde scrostato, era lì, isolata in mezzo a un cortile interno. Cinque piani di colonne e rifiniture barocche.

L’androne è buio, la celletta del portiere vuota. Il pavimento a scacchi grandi ci scorta fino alla rampa di scale in marmo consumato. L’odore è quello di una vecchia casa rimasta chiusa per troppo tempo. Un misto di polvere, muffa e lucido per parquet.

Il mio accompagnatore è venuto di buon’ora a prendermi a casa, distinto, nella sua divisa grigia da facchino e quel cappello che mi ricorda un fez. Ci siamo incamminati insieme per queste strade sconosciute e adesso è un gradino davanti a me con in mano il grosso pacco avvolto in carta rossa, cinto ai quattro lati da un nastro verde che esplode in cima con un enorme fiocco.

Ci apre il maggiordomo, alto, smunto e serio, ma con un cappellino a cilindro tutto colorato in testa. Ci prende le giacche e ci precede in un lungo corridoio. Ancora peggio di quanto mi aspettassi. Le pareti spoglie, con macchie di muro più chiare, fantasmi di quadri strappati via da poco. Neanche un mobile in vista. Puzza di naftalina. Il pavimento è così pieno di polvere che camminando lasciamo le nostre impronte. Alzando lo sguardo al soffitto noto l’intonaco scrostato dall’umidità.
Avanzando lanciavo lo sguardo su qualche porta aperta: tutti i mobili erano ricoperti da lenzuoli ingialliti e le tapparelle delle finestre abbassate.

Non entravo lì da troppo tempo. Scacciai i ricordi e proseguii seguendo il maggiordomo.

Finalmente la porta in fondo al corridoio.

La stanza affollata. Facce tristi. Facce serie. Ma tutti con quel dannato cappellino a cono, qualcuno anche con una trombetta afflosciata tra le labbra. La finestra spalancata faceva entrare il pallore di un tramonto troppo debole. L’aria era comunque viziata. Vedevo troppi golfini e camicie abbottonate. Troppe rughe su quei volti. Due libri sulla libreria in fondo alla stanza: Bouvard e Pécuchet e una vecchia copia del libro di Bokonon.

In mezzo alla stanza, sprofondato nel letto c’era lui. Un respiratore artificiale collegato al naso e alla bocca attraverso un ingombrante tubo di gomma bianca. Un paio di flebo collegate alle sue braccia circondavano il letto e l’unico rumore presente era quello dell’elettrocardiogramma.

Quando mi videro entrare tutti gli invitati si alzarono e iniziarono ad applaudire. Il più vicino alla porta prese il mio regalo e lo ammonticchiò su un tavolo. Lui rimase immobile, ma gli altri mi spinsero ai piedi del letto.

Cosa potevo dire?
Cosa poteva dire lui? Con un tubo giù per la gola e uno su per il culo?

Cosa potevo fare?
Cosa poteva fare lui, infilzato in quel letto di morte apparente.

Tutti mi guardavano e aspettavano, adesso quasi entusiasti. Aspettavano una mia parola, un mio gesto.

Ma io rimasi immobile. Guardavo il suo volto. Guardavo il grafico dell’ECG. Guardavo quella pompa che gli dava ossigeno. Guardai la finestra, la sera scendeva lenta, impantanata nell’aria satura di gas.

Fu un attimo. Staccai la spina.

E anche quella bolla di realtà esplodeva con uno schiocco più lieve del battito di una farfalla.

 

“If I were a younger man, I would write a history of human stupidity; and I would climb to the top of Mount McCabe and lie down on my back with my history for a pillow; and I would take from the ground some of the blue-white poison that makes statues of men; and I would make a statue of myself, lying on my back, grinning horribly, and thumbing my nose at You Know Who.
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Un Autore In Cerca Di Pietà.

- E’ ancora lì?

- Zitto! Lo distrai, sta pensando…

- Ma che distrarre? Io lo ammazzo! Lo ammazzo ti dico!

- Buono Stefano, buono, ancora non ha scritto niente…

La stanza era buia, solo la luce della candela fiocamente brillava sul tavolo. Il foglio di carta steso sul legno. Bianco. Il calamaio di intravede nel chiaroscuro, come il suo profilo pensoso. – Vacci a parlare, ti prego….
Le mani senza fretta coprono gli occhi in disperazione muta. Osservato dall’ombra, pensava. Cercava di trovare un modo, una scorciatoia, ma la penna, coricata su un fianco in trepitante attesa, chiedeva il suo sangue. Leggi l’articolo completo

Fiori di Fuoco e Cous Cous Allucinogeno.

Era estasi mistica. Allucinata trascendenza.

Il cous cous germogliava fiori di fuoco, caduto nel pavimento di marmo della stanza.

E non ci si ricorda più di come si era, dei sogni e delle città.

C’è chi sognava Roma e chi alla fine si è persa nelle marche.

Ancora una volta ritroviamo i fantasmi di un amore non consumato fissarci da una crepa nel muro o l’angolo di una stanza. Ancora una volta ci stiamo masturbando con una gloria spezzata, le ginocchia doloranti e i polsi rotti.

Andiamo avanti a occhi chiusi e speriamo di scacciarli ancora.

“Quel maledetto venerdì ti trovai morta in un letto di ospedale. Aids, quello che non hai mai avuto. E mentre il sole tiepido ti illuminava io volevo piangere. Ma non ci riuscivo.”

E camminando per Edimburgo o Tampere ci guarderemo dritti negli occhi senza più riconoscerci, sarà quella la vera fine.

Dopodichè l’LSD sarà lecito, grandi dosi per poveri sognatori stanchi. Grandi voli sui cieli di luce della città.

 

Ancora una volta mi ritrovo ad avere torto.